La Sharing Economy come fonte di nuovi “posti di lavoro”?

Una speranza concreta che possa in parte rispondere alle preoccupate analisi di Michele Tiraboschi di Adapt sul “Il rischioso bluff del Jobs Act”, in controtendenza rispetto a certi trionfalismi, e di cui riportiamo uno stralcio:
“Assecondando i desiderata del Governo, anche l’Istat, ……, propone ora una fotografia rassicurante. L’occupazione è in crescita, almeno se prendiamo come riferimento l’anno di insediamento al Governo di Matteo Renzi. Tutto bene, dunque. Se non fosse che le preoccupazioni delle famiglie non sono affatto scemate e così i problemi dei tantissimi giovani senza un lavoro e una speranza. Chi ancora fatica a trovare un impiego, e sono davvero tanti, si chiede cosa stia succedendo. E cioè se il problema non sia forse lui, il suo bagaglio di esperienze e competenze o anche la mancanza delle “giuste” conoscenze, in una congiuntura economica che viene dipinta come ampiamente favorevole. Perché l’Italia riparte, ce lo hanno detto e ora tutti ci crediamo.
Allargato l’orizzonte al 2008, quando siamo entrati nel pieno della “grande crisi”, si nota agevolmente come a salire sia solo la disoccupazione, con punte drammatiche per i giovani, mentre il tasso di occupazione, che è certamente l’indicatore più importante per valutare lo stato di salute di un Paese, è in fase di crollo costante. Puntiamo forse alla maglia rosa, …., ma ci mancano ben 7 milioni di posti di lavoro per avvicinarci alle medie occupazionali dei Paesi più virtuosi.
Su 100 persone che vivono in Italia sono solo 37 quelle che hanno un lavoro e ancora meno saranno nei prossimi dieci anni a causa della bassa natalità e dell’invecchiamento della popolazione. Questa è la vera situazione occupazionale in Italia, dove chi lavora deve mantenere (anche in termini di contribuzione al welfare pubblico) se stesso e altre due persone. Ed è qui che si misura il fallimento del Jobs Act e della misura di decontribuzione. Oltre 15 miliardi stimati dal Governo, ma realisticamente molti di più, senza incidere sulla priorità di creazione di nuova occupazione che è poi la principale leva per aumentare la produttività nel nostro Paese. A crescere è solo l’occupazione degli over 55, ma questo più a causa della progressiva attuazione della legge Fornero sulle pensioni che per meriti della propagandata “svoltabuona” che tutti attendiamo e che però, dati alla mano, ancora non c’è. A fine anno potremo certamente contare, come dice Renzi, un milione di nuovi contratti di lavoro a tempo indeterminato che però non sono “posti” aggiuntivi e tanto meno posti “stabili” visto che il Jobs Act cancella per i nuovi assunti l’articolo 18. ………”

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Un pensiero su “La Sharing Economy come fonte di nuovi “posti di lavoro”?

  1. HR DIVE riporta un interessante parere della professionista Australiana, Cholena Orr – suffragato da una ricerca della Columbia University – rilasciato al leading business magazine del suo paese INTHEBLACK: parla della Cultura aziendale e della Formazione come drivers delle HR e dell’Innovazione:

    “Many leaders simply don’t recognise just how much influence they have over their company’s culture. Nor do they understand what culture is,” Orr told Intheblack.com.

    For example, she says an attentive and organized reception staff often leads her to a leader that is “paying attention to investing in people.” On the other hand, a disorganized reception area with a rude receptionist often leads to Orr meeting a CEO who “doesn’t see people as their most important asset, and who doesn’t believe in training.”

    An employer who refuses to invest in training or its people breeds “a dog-eat-dog culture” where workers will not succeed, Orr said. Job satisfaction will plummet – as evidenced by Columbia University research that found 48.4% of employees working within a poor culture were “very likely” to leave their job, compared with only 13.9% of employees who experienced a “positive workplace culture.”

    Orr told Intheblack that leadership training is the best option when investing in culture, from the C-suite down to line of business managers. Why? Leaders shape culture and culture affects everything – from innovation to recruiting and talent retention.

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