Smart Working, cambia il concetto di lavoro

A proposito di Smart Work e innovazioni tecnologiche, riportiamo il comunicato stampa di Aspen Italia relativo a una conferenza Junior Fellows a Milano del 20/21 novembre 2015:
Le grandi innovazioni tecnologiche stanno profondamente trasformando il concetto di lavoro. Cambiano la sua organizzazione, le sue tipologie, i suoi luoghi. Cambiano le istituzioni che lo regolano e il ruolo dei lavoratori all’interno di processi produttivi, sempre più digitalizzati e automatizzati. Cambia il rapporto di forza tra lavoro e capitale. Prevedere il lavoro del futuro richiede uno sforzo d’immaginazione enorme, ma indispensabile per cogliere opportunità e contenere potenziali rischi.
Dalla Rivoluzione Industriale a oggi, il lavoro si è evoluto in modo considerevole. Da attività individuale e artigianale, spesso domestica, si è passati al lavoro collettivo, organizzato e segmentato. I macchinari hanno alleviato il lavoro fisico, i computer hanno supportato quello intellettuale. Tuttavia, queste grandi trasformazioni del passato sono state graduali, spesso limitate a certe professioni, almeno nelle loro fasi iniziali. Oggi, invece, i cambiamenti sono repentini, trasversali e dirompenti.
Robotica, intelligenza artificiale, big data, clouding, Internet delle cose, stampanti 3-D e 4-D sono solo alcune delle nuove tecnologie che stanno irrompendo con forza: a livello organizzativo, smart working, telelavoro e disintermediazione diventeranno sempre più diffusi. Secondo uno studio dell’Università di Oxford, entro il 2030, computer e robot renderanno superfluo il lavoro umano in circa il 47% delle professioni. L’entità del cambiamento è così forte che oggi non è possibile identificare le dieci categorie d’impiego più importanti nel 2025. Tutto ciò crea il timore che la disoccupazione tecnologica di keynesiana memoria possa diventare sempre più diffusa, portando alla progressiva scomparsa della classe media.
I sintomi di queste rivoluzioni future sono già in parte evidenti oggi. Lo skill mismatch è sempre più diffuso. Malgrado un esercito di disoccupati, si stima che circa il 27% delle nuove posizioni lavorative rimangano scoperte per l’assenza di candidati qualificati. Secondo dati della Commissione Europea, entro il 2020 l’Europa avrà bisogno di almeno 900.000 professionisti del digitale.
Nonostante le grandi sfide e incognite poste da queste trasformazioni epocali, le opportunità non mancheranno. Per coglierle, tuttavia, sarà necessario adottare politiche lungimiranti, mostrando un’attenzione particolare all’istruzione tecnica, all’apprendimento continuo, alle soft skills e all’equa redistribuzione della ricchezza. Se si rimarrà inerti, invece, non si comprometterà soltanto la competitività del paese, ma anche la stessa stabilità dell’ordine sociale.

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5 pensieri su “Smart Working, cambia il concetto di lavoro

  1. Vorremmpo richiamare l’attenzione sul Libro Verde del Governo tedesco, che Francesco Seghezzi di ADAPT presenta nel Bollettino Adapt del 2 dicembre in un articolo intitolato “La disoccupazione cala, ma il mercato del lavoro si agita più in profondità” e di cui riportiamo uno stralcio:
    “……Libro Verde dal titolo Re-imagining work. Work 4.0, richiamandosi al concetto di Industry 4.0 e alle sue implicazioni …….è necessario costruire un nuovo modello di lavoro che concili la flessibilità individuale nello sviluppo di fasi e piani di vita con una parallela protezione sociale. Che sarebbe a dire: il posto fisso è ormai obsoleto, sia per i sistemi produttivi, sia nei desideri dei lavoratori, serve quindi un modello sociale che possa accompagnare tutti nelle fasi di transizione e nei progetti che vorranno intraprendere nella costruzione della propria carriera lavorativa.
    Il tutto con la premessa fondamentale che lo slogan “work for all” resta al centro delle politiche del lavoro. Mantenere un elevato tasso di partecipazione al mercato del lavoro è la priorità assoluta, specialmente per qui lavoratori low-skilled che oggi in Germania hanno un tasso di disoccupazione del 19%…….”

    La vera sfida, lo ricordiamo nuovamente, non si gioca tanto sulla diminuzione del tasso di disoccupazione (che oggi deriva per lo più in Italia dalla rinuncia di tanti a cercare lavoro), quanto sull’aumento degli occupati e conseguente diminuzione degli inattivi !

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  2. Richiamiamo l’attenzione sul Libro Bianco, Compensation 2020, della multinazionale delle HR Cornerstone relativamente alle strategie retributive e alla attrazione/ritenzione dei talenti in cui la digitalizzazione rappresenta il Fattore Critico di Successo e di cui riportiamo qui le Conclusioni:

    “Il valore aggiunto fornito dalla tecnologie digitali per collegare e incrociare fra loro le diverse dimensioni di valutazione delle risorse umane sembra scontato, ma ancora non lo è. Sul piano del sistema retributivo, per esempio, la diffusione di strumenti di compensation planning tool integrati a una piattaforma di talent management è ancora molto limitata, perché a monte probabilmente servirebbe una cultura della trasparenza e del merito che non è ancora così radicata. Benché le pressioni del mercato impongano di ripensare i sistemi di talent management in termini di supporto al business, solo uno su due tra chi li utilizza lo ha allineato alle strategie aziendali. Quando
    comportamenti individuali e di gruppo e vision aziendale sono convergenti, quelle stesse aziende performano meglio del 18-20% rispetto alla media di mercato, ma in questi casi investono un 10% in più in tecnologia a supporto delle decisioni e hanno un 40% in più di staff dedicato. In particolare, una gestione chiara ed equa delle risorse e un sistema premiante che valorizzi chi fa meglio non solo sul breve, ma anche sul medio-lungo periodo e a tutti i livelli dell’organizzazione (e non solo, come più spesso avviene, solo per gli executive) hanno un forte impatto sulla produttività individuale, di gruppo e dell’organizzazione. Distende il clima organizzativo, riduce i malumori e orienta le risorse in modo chiaro e trasparente verso gli obiettivi aziendali.”

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  3. La Fondazione ISTUD, la Business School leader in Italia nella Formazione manageriale invita al convegno del “WENESS”, l’economia del NOI:

    “Siamo entrati in una nuova era del lavoro, dell’economia e dell’innovazione, dell’attività senza-tempo e, probabilmente, senza-luogo. Finito il tempo degli inventori geniali e solitari, esauriti gli investimenti sui grandi laboratori aziendali, la nuova era è caratterizzata da funzioni ed organizzazioni a geometrie variabili che cercano costantemente la miglior forma per collaborare: nell’era dei beni comuni (collaborative commons) e il lavoro è un sistema complesso che non gira più intorno al centro del prodotto industriale standardizzato, finalizzato al cosiddetto Largo Consumo, ma considera spinte centrifughe, interferenze , dinamiche collettive, assi vettoriali di nuova tipologia, animate da nuove forme di creatività, di scambio e di cooperazione tra persone, reti, luoghi.
    La conoscenza digitale impone pratiche più aperte, più partecipative, più trasparenti. I processi si basano su condivisioni, reputazione e collaborazioni.

    Questa nuova modalità trasversale produce innovazione anche nei rapporti formativi, nelle relazioni, negli incontri; generando eventi conoscitivi, restituendo opportunità, costruendo nuovi ambienti, e – in definitiva – coltivando futuro. Coinvolge Clienti, dipendenti, fornitori, concorrenti, in un processo che smette di essere lineare per diventare sistemico.
    Il futuro ci chiede di stimolare e governare la circolazione di questo talento collettivo che si esalta in presenza di ecosistemi costruiti su più forze, più spinte e più protagonisti, ma soprattutto su nuove culture. Perché le idee sono ormai frutto di un lavoro condiviso. Generano altre idee, emozioni, immagini di nuovi mondi, costruiscono nuove tessiture delle passioni, ed anche nuovi – per il mondo del lavoro – stati emotivi basati sulla necessità di regolare la complessità, su tattiche di relazione.
    La più grande innovazione per manager e decisori aziendali sembra diventare proprio questa: la scoperta che cultura e processi dati per vincenti e consolidati fino a ieri, oggi non sono più attuali per la crescita personale ed il successo delle iniziative di impresa”.

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  4. Da Fotum PA Lombardia
    ” Infrastruttura digitale
    Il lavoro ai tempi dell’internet of things, la ricerca FUB (Fondazione Ugo Bordobni)

    La nostra è una società destinata a produrre una sempre crescente quantità di dati. Ogni persona, infatti, genera incessantemente dati, in maniera volontaria, tramite l’uso di social network, social media o in maniera involontaria, attraverso l’uso del bancomat, del cellulare o dei passaggi autostradali.
    Nei prossimi anni, ….., andranno aggiunti i dati generati dai dispositivi e dai sensori dell’Internet delle Cose (Internet of Things) e quelli che saranno resi disponibili sotto forma di dati aperti (Open Data). Ma non è la quantità dei dati a essere l’aspetto più innovativo, che è, invece, ciò che si può fare con questi dati.

    Secondo la definizione di Gartner:
    “ Big Data is high-volume, high-velocity and high-variety information assets that demand costeffective, innovative forms of information processing for enhanced insight and decision making”

    ………… la parola “Big” ………non è legata semplicemente all’enorme quantità di dati da trattare, ma anche alla velocità con cui gli stessi devono essere elaborati e soprattutto all’ eterogeneità dell’ enorme raccolta di dati, che rende necessaria l’applicazione di tecniche e l’uso di tecnologie avanzate per la gestione e il trattamento dell’informazione.

    Intorno all’argomento si stanno creando aspettative enormi, non solo per le infinite possibilità che un’accurata analisi di dati può fornire alle aziende o ai singoli cittadini rendendo migliore la comprensione della realtà, ma soprattutto, per i diversi modi in cui questa innovazione inciderà sull’economia di ogni Paese.

    Secondo il rapporto dell’ultimo World Economic Forum tenutosi a Davos, infatti, si parla, anche a questo proposito, di quarta rivoluzione industriale, il cui settore trainante sarà l’ICT. Il dato negativo, ovviamente da non sottovalutare, è che, al contrario delle precedenti, questa rivoluzione farà scomparire posti di lavoro anziché crearne. Si parla di circa 7 milioni di posti di lavoro che spariranno a fronte di soli 2 milioni di posti di lavoro nuovi (ndr: tema già affrontato in articoli precedenti).

    Inoltre, i dati emersi dimostrano come, solo i Paesi che investiranno in tecnologia non verranno travolti da queste trasformazioni e dal conseguente nuovo Digital Divide che si creerà fra i Paesi che possiedono e non, il Know-how tecnologico e aziendale utile.
    Nel prossimo futuro, quindi, si alzerà il livello di preparazione richiesto ai lavoratori, che dovrà essere multidisciplinare e molto qualificata.
    Negli Stati Uniti, ad esempio, è stato inserito, già da alcuni anni, nell’agenda della pubblica istruzione il termine STEM (Science, tecnology, enineering, mathematics), per individuare le competenze richieste per affrontare la complessità delle nuove tecnologie, quali quelle dei Big Data.
    Anche in Italia, negli ultimi anni, si è iniziato a parlare di “Data Scientist”, lo scienziato dei dati, come professione del prossimo futuro. Nella fattispecie, si tratta di una figura intermedia fra il tecnico ed il manager, in grado di analizzare i dati e trasformarli in informazioni comprensibili, affinché, per i vertici delle aziende pubbliche, private e Pmi, le strategie da assumere siano chiare e in qualche modo obbligate.
    …………………………………………….”

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  5. Da COR.COM (Andrea Frollà)
    Lo smart working non è telelavoro, il Senato vuole regole distinte
    Un emendamento firmato dal senatore Sacconi al ddl in discussione a Palazzo Madama prevede norme e definizioni specifiche per il lavoro agile. Delineati anche gli elementi necessari degli accordi fra azienda e lavoratore

    Distinguere il lavoro agile dal telelavoro e farlo corrispondere allo smartworking. È questo l’obiettivo di uno degli emendamenti presentati al ddl lavoro autonomo e agile da Maurizio Sacconi, relatore del testo presentato in Commissione Lavoro del Senato di cui lo stesso Sacconi è presidente. La proposta prevede una definizione ad hoc per il lavoro agile, inteso come:

    “Modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa”.

    La prestazione, spiega l’emendamento, “viene eseguita in parte all’interno di locali aziendali e, senza una postazione fissa, in parte all’esterno, entro i soli limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale derivanti dalla legge e dalla contrattazione collettiva”. Ai compensi erogati per prestazioni rese in modalità di lavoro agile, aggiunge un altro emendamento, “si applicano gli incentivi di carattere fiscale e contributivo riconosciuti dalla vigente normativa in relazione a incrementi di produttività, qualità ed efficienza del lavoro”.

    Previsto anche la promozione di un “piano nazionale per l’alfabetizzazione digitale degli adulti” promosso dal Ministero del Lavoro e delle politiche sociali. L’accordo tra le parti relativo al lavoro agile …….. deve essere stipulato per iscritto “a pena di nullità” e deve disciplinare “l’esecuzione della prestazione lavorativa svolta all’esterno dei locali aziendali, anche con riguardo alle forme di esercizio del potere direttivo del datore di lavoro ed agli strumenti utilizzati dal lavoratore”. Al suo interno bisogna includere anche “i tempi di riposo del lavoratore nonché le misure tecniche e organizzative necessarie per assicurare la disconnessione del lavoratore dalle strumentazioni tecnologiche di lavoro”.
    ………..

    NdR Giusto chiarire, come da tanto tempo sostenuto da noi in altri blog sullo stesso argomento, la differenza tra il “vecchio” telelavoro e la forma assai più avanzata e articolata del “lavoro agile ” (Smart Working) con la speranza che non trascorrano troppi mesi per l’emanazione della relativa legge che sta vivendo una gestazione decisamente troppo lunga!

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